Gambalunga e Pieveloce

Gambalunga e Pieveloce hanno preso corpo dall'attitudine di due dei partecipanti a una passeggiata, è rimasta inespressa per molto tempo ed infine ha preso il via e si è materializzata durante un Workshop a Santa Maria.

Gambalunga e Pieveloce erano figli di due fratelli, entrambe i fratelli erano capi tribù di due villaggi  indiani d’America. I due villaggi erano uno accanto all’altro, in passato il villaggio era uno solo , molto più grande e il padre dei due fratelli era il capotribù di tutto il villaggio. Prima di morire chiamò vicino a se i due figli e disse loro: “Presto dovrò andare presso il grande spirito, vi lascio questo villaggio e la sua tribù, cercate di farlo prosperare come ho fatto io per tutta la vita e di assicurargli tranquillità e benessere, ma soprattutto andate d’accordo tra di voi.”

I due fratelli, commossi fino alle lacrime, rassicurarono il padre in modo che potesse morire in pace.

Ma dopo le esequie e i riti funebri i due fratelli si guardarono l’un l’altro e si dissero: “Come facciamo a essere entrambi capi dello stesso villaggio? Il capo deve essere uno solo e non è giusto che uno di noi debba essere secondo all’altro. Sarebbe meglio se ci dividessimo il villaggio e ne prendessimo una parte ciascuno.”

Dato che il villaggio era attraversato da un piccolo corso d’acqua i due fratelli decisero di stabilirsi uno sulla riva destra e l’altro sulla riva sinistra e così fecero.

Gli abitanti del villaggio originale da principio non erano tanto contenti, erano abituati a stare tutti insieme e questa novità li preoccupava, ma un po’ alla volta si abituarono e continuarono la loro vita come prima.

Quelli più dispiaciuti di tutti erano Gambalunga e Pieveloce che fino a quel momento avevano vissuto in due tende vicine e fin dalla nascita erano stati sempre insieme.

Ma non si fecero grossi problemi. Gambalunga era molto alta ed aveva effettivamente gambe molto lunghe e una grande falcata che le permetteva di coprire distanze considerevoli in pochissimo tempo.  Pieveloce era più piccolo di statura, aveva gambe più corte, ma camminava con passo così rapido da meritarsi a pieno il suo nome. Decisero che un giorno lei si sarebbe recata nel villaggio di lui e il giorno dopo lui l’avrebbe raggiunta nel villaggio di lei per giocare insieme come avevano sempre fatto.

Così continuarono a crescere vicini uno all’altro.

Tutto andò bene per molto tempo, ma un giorno i bisonti di un villaggio cominciarono a dare segni di malessere, brucavano l’erba con poca voglia, non avevano energia e spesso si accasciavano a terra, gli abitanti dell’altro villaggio erano un po’ dispiaciuti per i loro vicini, ma nello stesso tempo erano anche contenti che non fosse capitato a loro e si rallegravano che i due villaggi fossero separati.

Ma passati pochi giorni anche i loro bisonti cominciarono ad ammalarsi e tutti quanti erano molto, molto preoccupati.

I due fratelli, capi dei due villaggi, si riunirono con i saggi delle due tribù, ma non trovarono una spiegazione, quindi pensarono di interrogare il grande stregone che viveva solitario in cima alla montagna.

Vennero chiamati Gambalunga e Pieveloce, che erano i migliori corridori, e mandati a cercare lo stregone.

Ognuno di loro cercava di essere più veloce dell’altro, spesso si superavano a vicenda e ma qualche volta si aspettavano in un continuo gioco, così arrivarono insieme dallo stregone e spiegarono a turno cosa stava succedendo ai bisonti dei loro villaggi.

Lo stregone scese con loro a valle ed esaminò attentamente le mandrie, infine sentenziò che avevano una grave malattia, la lingua nera, e che sarebbero morti tutti i capi di bestiame se non fosse stato dato loro un antidoto in tempi molto brevi.

Si trattava di una pianta particolare di cui nella zona c’era solamente un esemplare che cresceva su una rupe ad un giorno di cammino. Ma bisognava fare in fretta, molto in fretta, un giorno poteva essere anche troppo per quelle povere bestie già così spossate.

Di nuovo vennero incaricati Gambalunga e Pieveloce di andare a prendere la pianta e lo stregone spiegò loro la strada più rapida.

Gli vennero date un po’ di provviste e fatte molte raccomandazioni. In grande segreto venne detto a ciascuno di loro, che doveva fare il possibile per arrivare per primo, prendere la pianta e portarla al suo villaggio.

Partirono subito in gran carriera e come sempre ogni tanto si superavano, ma non riuscivano mai a distanziarsi molto, o forse non lo volevano neppure.

Sta di fatto che coprirono la distanza in una manciata di ore, erano già in vista della rupe quando Pieveloce accelerò improvvisamente il suo passo zigzagando nella boscaglia, tanto che Gambalunga non riusciva più a stargli dietro e lo perse di vista.

Ogni tanto provava a chiamare Pieveloce, a dirgli di aspettarla, ma la sua voce si perdeva tra gli alberi e non riceveva risposta. Il bosco in quel punto era molto fitto e Gambalunga era costretta a farsi strada spostando frasche e rovi, c’erano anche alberi caduti che doveva scavalcare.

Intanto Pieveloce era arrivato ai piedi della rupe e stava provando a scalarla, ma era una roccia quasi verticale molto liscia, priva di appigli dove potersi aggrappare con le mani o dove appoggiare i piedi. Fece vari tentativi, ma ogni volta scivolava indietro con l’unico risultato di molti graffi ed escoriazioni su gambe e braccia. Quando Gambalunga arrivò, lo trovò seduto a terra piuttosto abbattuto e scoraggiato.

“Non ce la faremo mai a scalare la roccia, avremmo dovuto portare con noi qualche attrezzo, un martello, dei chiodi, della corda, del fil di ferro, un coltellino e altre cose ancora!”

Gambalunga non disse nulla, ma si sfilò la bisaccia che portava tracolla, la appoggiò in terra, la aprì e ne estrasse tutti quegli oggetti che Pieveloce aveva appena nominato e che lui, nella fretta di partire, non aveva preso con se.

Così studiarono insieme un piano, col fil di ferro costruirono piccoli appigli che fissavano alla roccia con i chiodi man mano che salivano e in quel modo riuscirono ad arrivare ad una piccola sporgenza che gli permetteva di stare in piedi, ma c’era ancora una grossa pietra, anche questa molto liscia e quasi a sbalzo nel vuoto, prima di arrivare alla pianta medicamentosa.

Erano ragazzi ingegnosi e non si persero d’animo, trovarono un lungo ramo abbastanza resistente e flessibile e col fil di ferro costruirono un cappio da infilare sulla pianta. Fissarono poi la corda in modo da poter stringere il cappio e staccare la pianta dal terreno.

Provarono il loro attrezzo su varie piantine lì vicino e sembrava che funzionasse, ma c’era ancora un problema, anche se il bastone era piuttosto lungo, non arrivavano comunque alla pianta che dovevano prendere.

Sapevano entrambe che c’era un solo modo per superare quell’ultimo ostacolo, fu Pieveloce a parlare, un po’ vergognoso per come si era comportato durante il percorso.

“Bisogna che io salga sulle tue spalle, come abbiamo fatto ante volte per gioco, e da quell’altezza penso di poter arrivare ad acchiappare la pianta col nostro laccio.” Gambalunga taceva, ma lo guardava dritto negli occhi.

“So che non mi sono comportato bene, tu sei stata molto più saggia di me, ma ti prometto che una volta presa la pianta, te la consegnerò e sarai tu a portarla ai nostri villaggi, ma dobbiamo fare in modo che tutti i bisonti ne abbiano un po’!”

“Si, è vero,” disse Gambalunga “ma possiamo fare anche un’altra cosa, la pianta è piuttosto rigogliosa, ci saranno foglie a sufficienza per guarire tute le bestie, poi potremmo piantarla vicino ai nostri villaggi e farla crescere per averla a portata di mano. Ma è necessario che tu riesca a staccarla con la radice, tirando piano e con costanza.”

Si misero subito al lavoro, sapevano che sarebbero dovuti tornare al villaggio prima di sera.

Pieveloce salì sulle spalle di Gambalunga che lo tenne saldo in equilibrio e dopo vari tentativi riuscì ad agganciare la pianta in modo soddisfacente. Poi, una volta stretto il cappio iniziò a tirare delicatamente per non strapparla e per non perdere l’equilibrio e un poco alla volta le radici cedettero e la pianta venne sfilata dolcemente dalla terra.

Il finale già lo potete immaginare, tutto andò secondo i loro piani, i bisonti guarirono, la pianta attecchì nel posto dove la trapiantarono e divenne forte e rigogliosa. Gli abitanti dei due villaggi ripresero la loro vita di sempre, e dopo qualche tempo nessuno più ricordava che erano stati separati, ma tornarono a vivere come un unico grande, pacifico villaggio.

 

 

 

 

 

 

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