I cappelletti di Natale

La storia è stata elaborata durante il workshop su zoom dell'epifania  del 2021, il tema era: "i cibi delle feste".

Era la vigilia di Natale, erano già iniziate le vacanze scolastiche e si sentiva quell’aria rarefatta, carica d’attesa tipica della festa più importante dell’anno.

Da qualche giorno i miei fratelli maggiori avevano allestito l’albero di Natale e preparato il presepe nella nicchia sopra il mobile della sala.

Noi più piccoli avevamo contribuito liberando le palle dell’albero dalla carta velina con cui erano state riposte perché non si rompessero, avevamo anche spezzettato il cotone per fare la neve.

Le lucine intermittenti che attraverso le finestre e le tende si intravvedevano anche nelle case di fronte creavano quell’atmosfera unica che caratterizza il Natale.

Il freddo e il grigiore all’esterno non disturbavano, anzi rendevano ancor più accogliente il tepore della casa.

Quello era un giorno speciale, il giorno in cui si dovevano fare i cappelletti, e tutti, proprio tutti dovevamo collaborare, eravamo molto elettrizzati.

Nel primo dopopranzo arrivava la Norma, l’aiutante preferita della mamma, e senza perdere neanche un minuto, mentre salutava la mamma e diceva qualcosa a ciascuno di noi bambini, si era già tolta il paletò, messa il grembiule e lavata le mani. 

Era pronta  al suo posto di combattimento davanti alla spianatoia che era stata appoggiata da una parte del tavolo della cucina. 

Noi bambini ci radunavamo tutti intorno al vecchio tavolo di legno smaltato bianco con il piano di marmo grigio.

Ognuno voleva il suo posto in prima fila, i più piccoli dovevano appollaiarsi su uno sgabello per arrivare a vedere ciò che succedeva.

Cioè quella serie di magie che in breve avrebbero trasformato gli ingredienti, prima in un impasto morbido ed elastico di un bel colore giallo vivo, poi, con l’utilizzo del matterello, in una sfoglia sottile e liscia. 

La Norma aveva già versato una montagna di farina sulla spianatoia e con la mano andava ad allargarla al centro formando una specie di cratere dove lasciava cadere le uova via via che le rompeva. Poi iniziava ad impastare gli ingredienti con gesti rapidi e sicuri, senza mai lasciare uscire l’uovo dal cerchio della farina.

Avevamo visto già molte volte compiersi quella magia, ma ogni volta restavamo incantati a fissare le mani della Norma coi loro movimenti rapidi e precisi che a me parevano un balletto.

Quando l’impasto era pronto veniva messo a riposare sotto un canovaccio.

Questo era il momento di togliere dal frigorifero il compenso, preparato già dal giorno prima, per gli assaggi e relativi aggiustamenti di sapore.

La mamma e la Norma erano le addette a questa operazione delicatissima e si scambiavano i loro pareri parlando esclusivamente in dialetto romagnolo.

“Che coi vo, sai-mitem’a? Che cosa ci vuole, che cosa ci mettiamo?

Ogni anno si ripeteva la stessa scenetta che a noi piaceva moltissimo, nonostante non capissimo gran che di quello che si dicevano.

Ma quell’anno successe qualcosa che nessuno si sarebbe aspettato.

Quando la mamma tolse il coperchio dalla ciotola del compenso che aveva appena appoggiato sulla tavola, lanciò un urlo che riecheggia ancora nelle mie orecchie:

“Ma se ne manca la metà!” E poi subito dopo: “Ditemi chi è stato che lo sistemo io!”

Con l’indice alzato e l’aria minacciosa ci guardava uno per uno, mentre noi impauriti, ci eravamo lasciati scivolare sotto alla tavola, incolpandoci a vicenda.

Sapevamo bene come erano andate le cose, ognuno di noi aveva allungato il suo ditino dentro quella ciotola ripetute volte.

Fu la Norma a salvarci dalla burrasca dicendo: 

“S’gnora Tina, c’lan s’la ciapa cun i basterd, inn’ ha brisa colpa (non si arrabbi coi bambini, loro non hanno colpa). 

Aviv masè e tegem trop in bass in te frigo (Avete messo il tegame troppo in basso nel frigorifero). 

Ac’sè tott ij poteva arivèj (Tutti ci potevano arrivare). 

Sal mitivta piò in so u’n sucedeva brisa (se lo mettevate più in su non succedeva proprio). 

Ades c’la stega tranquela,  c’a mitem a post’gna quel (Adesso stia tranquilla che sistemiamo tutto). 

Ui sarà pù chi quel in te frigo da buttè so in te cumpens (ci sarà pure qualcosa nel frigorifero da aggiungere al compenso.”

Si mise subito a cercare nel frigorifero dove trovò un pezzo di prosciutto, del formaggio molle e del parmigiano, ma la cosa che salvò veramente la situazione, fu una ciotola di ballotte, le castagne lesse avanzate dalla sera prima che sbucciate e tritate andarono a completare la parte mancante. 

Una volta riaggiustato il sapore con l’aggiunta delle spezie che ci volevano eravamo finalmente pronti per fare i cappelletti.

Il nostro compito era quello di piegare i quadratini di pasta, dove la mamma con le sue ditone aveva messo le minuscole palline di compenso tutte uguali, prima in un triangolo che poi dovevamo avvolgere intorno al dito per formare il cappelletto.

Si doveva stare bene attenti a serrare la pasta per non far uscire il compenso durante la cottura, lasciando però il buco al centro del cappelletto, perché lì ci doveva passare il brodo.

Era tutto un discutere, un battibeccarsi, un bisticciare su quali cappelletti fossero chiusi meglio, ma intanto il lavoro proseguiva rapidamente, mentre  sulla cucina, in una grossa pentola, bolliva il cappone per la preparazione del prezioso brodo tradizionale, spandendo all’intorno un profumino delizioso che ancora oggi per me è strettamente legato al Natale.

La mi ma’ l’ha semper det

Che a Nadel u’ i vo i caplett

La mi nonna la i feva

E  mi ba u’ si magneva.

 

 

 

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